
la bellezza della perfetta imperfezione
il simbolo dello zen (e del tutto, dell’universo e del nulla) è l’ensō(円相), “forma circolare”.
– nell’unione di pieno e vuoto disegna la compresenza e interdipendenza di tutti gli opposti,
– nella sua apertura annulla la distinzione fra dentro e fuori, nella sua imperfezione la grazia.
Non deve né può essere perfetto ma esprimere – come in ogni disciplina e arte zen,
l’equilibrio fra spontaneità e intenzione, la naturalezza della vita e delle cose attraverso la naturalezza del gesto.
zen(禅) tradotto in una sola parola, significa meditazione.[1]
la meditazione è la via da seguire per il raggiungimento del satori, della illuminazione.
la meditazione consiste nello studio deikoane nella pratica della contemplazione.
– ilkoanfavorisce il superamento della conoscenza concettuale, attraverso l’uso dei concetti per dimostrarne l’inadeguatezza.
– la contemplazione, l’osservazione della natura e delle sue rappresentazioni, favorisce
la comprensione della realtà attraverso il riconoscimento dei tre segni.
i tre segni: l’impermanenza, l’imperfezione, l’incompletezza. In estrema sintesi:
l’essere è non-essere, ogni cosa è sempre altro, priva d’identità, inafferrabile.
l’essere è e non è, è sempre se stesso e il suo contrario.
– nulla dura, ogni cosa è incessante mutamento, ciò che non è più e non ancora.
– nell’infinito e nel divenire tutto è possibile.
– nulla è in sé, tutto è unito e connesso, determinato dal tutto e perciò indeterminato.
– il contrario è astrazione, l’assoluto è il relativo, l’opposizione è apparenza.
la realtà è questo e quello, nella realtà questo è quello,
le parole sono solo parole, i concetti solo concetti.
– la realtà è trascendente, è sempre altro, sempre oltre, sempre altrove; eppure
la realtà è immanente, è la natura, è qui e ora e ovunque.[3]
wabi-sabi(侘寂) è la bellezza della perfetta imperfezione.
un invito ad abbracciare la profondità, l’ignoto e la complessità presenti sotto la superficie, a riconoscere il profondo nella superficie.
–wabi– i segni dell’unicità: la stranezza, l’anomalia, la bizzarria, la complessità.
–sabi– i segni lasciati dal trascorrere nel tempo: la patina, l’usura, la rottura.
nelle cose create dalla natura e in quelle create dall’uomo è l’insieme delle caratteristiche il cui riconoscimento favorisce la meditazione, il satori, la comprensione delle cose così come sono[2].
alcune caratteristiche utili a definire wabi-sabi:
–fukinsei(不均斉): asimmetria, irregolarità, le imperfezioni naturali dei materiali e delle forme, la loro unicità.
–kanso(簡素): semplicità, essenzialità, “povertà”,”less is more”.
–koko(考古): stagionato, vissuto, la materia organica e la sua caducità, la bellezza del buco e della crepa.
(il vaso rotto non si butta, con la tecnicakentsugila crepa viene riempita d’oro).
–shizen(自然): bellezza sobria, senza pretese, autentica, la naturalezza dei materiali e dei processi.
materiali non esotici né preziosi ma recuperabili dove si è.
–yūgen(幽玄): “yū” oscuro / sottile “gen” mistero / profondità.
il mistero profondo, il dettaglio non evidente, la bellezza vaga e discreta, non esplicita né ostentata.
–datsuzoku(脱俗): l’unicità, la creatività e l’originalità, la libertà espressiva, oltre la normalità e la conformità.
–shibumi(渋み): la compresenza di elementi estetici contrastanti come la semplicità e la raffinatezza, l’eleganza e la sobrità.
–seijaku(静寂): tranquillità, silenzio, la calma di un lago, di una foresta, di un giardino secco.
l’equilibrio e la quiete di fronte alle avversità.
note
[1]Zen è la pronuncia nipponica del carattere cinese 禅, chan, che a sua volta è la trascrizione fonetica del termine sanscrito dhyāna (“visione”).
Nell’insegnamento del Buddha i graduali stati di coscienza sono caratterizzati da profonda comprensione e scaturiscono dalla pratica del samādhi, ossia la concentrazione meditativa raggiunta con la meditazione calma (shi, “stare fermi”) e consapevole (kan, “contemplare”), da cui la meditazione seduti, chán/zen in Cina, za-zen in Giappone.
[2]così come sono, spogliate delle sovrastrutture generate dal pensiero attaccato al concetto e di quelle generate dal desiderio attaccato al bisogno.
[3]il distacco dev’essere da quell’attaccamento, non dalla natura: è nella natura e nella naturalezza, qui e ora e ovunque, la possibilità di cogliere la realtà nella sua essenza.
Non nella fuga dal mondo e nell’inazione, non nella mortificazione del corpo e dei sensi, bensì nella fuga dal rumore e dal caos dei pensieri e della mondanità, nella quiete dello spirito e della natura, nell’essere presenti a se stessi e al mondo, nel fare d’ogni azione e creazione un’arte, una via da seguire.
(la poesia (haiku), la cerimonia del tè (chadō), l’arte di disporre i fiori (ikebana), l’arte della calligrafia (shodō) e della china (sumi-e), […] le arti marziali (aikidō,karate,jūdō), ilkendōe ilkyūdō, […], l’arte culinaria)

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